Le storie degli altri

Le storie degli altri.

 

A cosa servono le storie degli altri? Diverse sono le opinioni. Qualcuno se ne tiene lontano perché dice che ha già sofferto troppo e non vuole aumentare il proprio malessere. Qualcuno le nega per avvalorare il proprio vissuto che non vuole mettere in discussione. Qualcuno apre la porta all’empatia. Una riflessione comune è quindi forse necessaria per capire di più. Le storie degli altri non chiedono. Il medico, il neuropsichiatra, lo psicologo, il familiare chiedono esplicitamente e ci mettono nell’incertezza se dire o non dire. Se dico, mi dichiaro colpevole e ho, in cambio, dei buoni consigli di cura e di comportamento. Se non dico, mi chiudo nella mia solitudine e mi carico sempre di più il peso delle mie angosce, delle mie paure, dei miei problemi. Così spesso scelgo la via di mezzo “dico e non dico” e finisco con l’aumentare la mia frustrazione. Le storie degli altri, che ascolto nel Cat, non mi fanno domande esplicite, non mi costringono, quindi mi lasciano libero nelle mie scelte e mi fanno conoscere un po’ di più il mondo che mi circonda. E’ importante? Sicuramente si, perché aumentare la nostra esperienza ci dà maggiore sicurezza. Nelle storie degli altri trovo, anche se a volte non me ne rendo conto immediatamente, piccoli pezzi della mia storia: stati d’animo, contrarietà, insoddisfazioni, scelte, abbandoni. Questi racconti ripetuti mi tornano alla memoria e piano, piano mi parlano. Sono parole a volte nuove, a volte banali che non avevo mai usato per parlare di me. Trovo una misura per raccontarmi. Non ho pressioni esterne, posso farlo o non farlo. Si modifica così spontaneamente in me qualcosa che mi raccorda di più con gli altri; forse posso dire a me stesso di essere meno solo. In ogni caso si sono aperte delle porte per vedermi meglio per ciò che sono e ho appreso delle parole che facilitano il mio racconto. Già, se gli altri mi offrono la loro storia come posso ricambiare? Lo farò quando mi sentirò più sicuro, più maturo per uno scambio, se prima non sarò andato via dal Cat. Dopo queste considerazioni se un osservatore esterno vuol trarre delle conclusioni cosa può dire? Che nel Cat si è liberi; nessuno ci fa domande; si ricevono input che lentamente ci cambiano; si respira un clima meno pessimista; non si è soli.

I commenti sono chiusi